Chiesa San Vincenzo - Modena

 
Costruita nel Seicento dall'Ordine dei Chierici Regolari Teatini, la chiesa è stata riaperta al pubblico dopo un articolato intervento di restauro promosso, organizzato e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena sotto l'alta sorveglianza della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici dell'Emilia.
Nell'ambizioso intento di realizzare il più importante edificio sacro del Seicento modenese i Teatini poterono far affidamento sull'appoggio della corte estense e si rivolsero ad architetti e scultori come Bartolomeo Avanzini o Tommaso Loraghi che esercitavano la loro attività per gli Estensi, in particolare per i due nuovi edifici che Francesco I stava facendo costruire: il Palazzo Ducale di Modena e la delizia di Sassuolo.

La planimetria della chiesa con le cappelle, destinate ai padri teatini per la celebrazione simultanea della messa, disposte ai lati di un'unica grande navata a sviluppo longitudinale, segue l'impianto della chiesa generalizia dell'ordine teatino di S.Andrea della Valle a Roma.

La navata, la cupola, i transetti e l'abside della chiesa erano decorati da affreschi senza soluzione di continuità.
A causa della bomba che il 13 maggio 1944 ha distrutto il presbiterio e il coro sono andati irrimediabilmente perduti in buona parte gli affreschi dell'abside e tutti quelli della cupola che nel 1671 erano stati commissionati dai Teatini a Sigismondo Caula. Nella parte centrale della cupola era raffigurata la gloria di S.Vincenzo condotto in volo da angeli verso la Trinità e nei pennacchi le virtù dell'ordine teatino.

I recenti interventi di pulitura delle superfici affrescate della volta e delle pareti hanno dato nuova luminosità al magnifico complesso ornamentale dell'ampia navata centrale.

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Nella penombra delle cappelle, illuminate di luce riflessa proveniente dall'ampia navata, hanno riacquistato nuova visibilità i preziosi inserti di colore delle tele dipinti, degli affreschi e dei marmi policromi.

Frutto della collaborazione fra l'architetto romano Bartolomeo Avanzini e il lapicida lombardo Tommaso Loraghi, al quale si affianca lo scultore carrarese Giovanni Lazzoni, il complesso del tabernacolo e dell'altare maggiore configura l'episodio più spettacolare della committenza estense nei riguardi della chiesa teatina. Ammirato dai contemporanei per lo sfavillio e la ricchezza dei marmi e per la sapiente architettura, il tabernacolo doveva costituire uno dei tanti veicoli artistici attraverso i quali Francesco I, con una politica artistica calibrata su Roma e le grandi capitali europee, propagandava la sua immagine del "prencipe et eroe cristiano".

Le statue più notevoli non sono quelle miniaturistiche e un po' ripetitive poste alla base del tamburo del tabernacolo-tempietto raffiguranti il Redentore e santi teatini, bensì quelle ai lati dell'altare: un beato e un santo che furono prìncipi di virtù al servizio della chiesa e a gloria perenne del loro casato. Il beato Amedeo apparteneva, come la madre di Francesco I, Isabella, alla casa Savoia e San Contardo, comprotettore di Modena, era un estense.